Cari amici, per prepararci al Convegno I DIALOGHI DELL’ELEFANTE  del 18 e 19 maggio 2019, è nostro piacere condividere con voi qualche spunto di riflessione preso dalla conferenza di Piero Ferrucci del 10 dicembre scorso, svoltasi all’interno del programma I LUNEDI’ DELL’ELEFANTE.

 “La relazione più bella – come curarci degli altri ci rende pienamente umani”:

Il nostro, ovviamente, non è il migliore dei mondi possibili: la sovrabbondanza di informazioni, la stimolazione continua e la richiesta di una performatività estrema rendono l’ambiente nel quale viviamo eccessivamente complesso e ci allontanano da noi stessi, dagli altri, dalla realtà che condividiamo diminuendo la reciproca empatia. 

Tuttavia la cura è umana e umanizzante sia per chi la riceve sia per chi la offre. Fa parte della nostra fisiologia. Nel cervello ci sono sette circuiti neurologici principali, tra cui quello della cura. È così forte, questa tendenza, che riusiamo a manifestarla anche verso cose o creature inanimate. Non si tratta neppure di una prerogativa umana: gli uccelli migratori attendono i compagni stanchi o malati e li accompagnano. Assistiamo a episodi di cura anche tra animali di specie diverse; i cani, ad esempio, manifestano verso gli umani la capacità di elaborare ipotesi sui pensieri e le emozioni  di chi hanno davanti.

Cura è una parola che significa molte cose diverse. Quando ci curiamo di qualcun altro lo facciamo per lenire un dolore, per aiutarlo a realizzare il suo sogno o per attivare in lui una qualità ancora latente.  Sono molti gli ambiti nei quali questa tendenza trova applicazione: è facile vederla in opera nella terapia, in campo medico o nell’educazione, meno scontato è riconoscerne le tracce in economia, nella costruzione delle città che abitiamo, nella progettazione dei software. 

Esiste però anche la cura di sé: comprende sia l’autocompassione – l’essere gentili con se stessi – sia quella forma di attenzione paziente al nostro essere più profondo per farlo fiorire.  

La cura però può anche essere disfunzionale. È possibile prendersi cura in maniera ansiosa, o in una forma che maschera altre tendenze: è l’esempio della cura compensativa o interessata. E spesso accade anche che chi dovrebbe riceverla non la vuole. Siamo infatti più o meno portati a ricevere; paradossalmente è a volte più facile offrire cura che riceverla, perché in quel caso siamo noi a mantenere il controllo. In genere pensiamo alla cura come un fare, mentre a volte può riassumersi meglio in un non-fare, come un genitore che davanti al figlio in crescita si fa gradualmente da parte non per disinteresse, ma per incentivarne l’autonomia.

Dalla cura dipende la possibilità che l’uomo ha di realizzarsi liberamente secondo le sue possibilità, di pervenire a se stesso, alla sua essenza. In parole povere che si umanizzi e attui il suo progetto di vita.

Qualche domanda per riflettere: Cosa intendiamo noi quando parliamo dell’avere cura? 

Com’è la cura che offriamo? Sappiamo riceverla? Sappiamo prenderci cura di noi?

Qualche lettura sul tema della cura:

Mortari, Luigina. Filosofia della cura. Cortina Raffaello, 2015. La vita umana è fragile e vulnerabile, la cura ne è un aspetto centrale. Una riflessione lucida ed esauriente su questo tema essenziale. / Ricard, Mathieu. Il gusto di essere altruisti. Sperling e Kupfer 2015. Uno studio esteso e documentato sull’altruismo e le sue varie espressioni. Da leggere, soprattutto per chi è convinto che siamo nati solo per competere e pestarci l’un l’altro i piedi. 

Vi aspettiamo alla seconda conferenza de “I Lunedì dell’Elefante”, il prossimo 14 gennaio alle 18.30 con Silvio Bianchi per continuare a riflettere insieme.

E buon 2019!

 

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